L’indegnità, ovvero quando si perde il diritto all’eredità.

Il codice civile prevede una serie di casi in cui un soggetto di per sé capace di ereditare e, di fatto, legittimato alla quota perde ogni diritto sull’eredità stessa. Questi casi sono tutti per lo più connessi a un particolare danno che il presunto erede dovrebbe aver arrecato al de cuius o agli altri eredi, o quantomeno tentato di arrecare. I casi sono tassativi, vale a dire che, al di fuori delle sette ipotesi previste dal Codice Civile, in nessun altro caso il presunto erede può essere dichiarato “indegno”.
Vediamo i casi nel dettaglio.

  1. il primo caso di indegnità tocca colui che abbia volontariamente ucciso o tentato di uccidere la persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente (figli e nipoti), o un ascendente della medesima (genitori, nonni, ecc.). Tuttavia, nel caso in cui dovesse ricorrere una causa di esclusione della punibilità, la regola predetta non troverebbe applicazione (si pensi a una legittima difesa);
  2. il secondo caso di indegnità riguarda colui che abbia commesso, in danno degli stessi soggetti elencati al numero 1), un fatto per il quale la legge penale dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio: ad esempio, l’art. 580 del Codice Penale prevede espressamente che, se si istiga al suicidio un minore di anni 14 oppure un incapace, il fatto debba essere punito con la stessa gravità dell’omicidio;
  3. la terza ipotesi concerne sia chiunque abbia calunniato una delle persone elencate al numero 1) denunciandola, sapendola innocente, per un reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni (la calunnia deve essere stata riconosciuta in apposito giudizio penale); sia chiunque abbia fatto falsa testimonianza contro le persone medesime imputate dei predetti reati (la testimonianza deve essere stata dichiarata falsa in apposito giudizio penale);
  4. non dimentichiamo che in taluni casi anche il genitore può essere erede del figlio, ed è per questo che il quarto caso di indegnità coinvolge il genitore che, in violazione dei doveri o in abuso dei relativi poteri genitoriali, decade dalla potestà genitoriale e non è stato reintegrato alla data di apertura della successione;
  5. è altresì indegno colui che abbia indotto con dolo o violenza la persona, della cui successione si tratta, a fare, revocare o mutare il testamento, oppure ne abbia impedito la stesura;
  6. è indegno, in sesta ipotesi, colui che abbia soppresso, celato, o alterato il testamento dal quale la successione sarebbe stata regolata;
  7. infine, è indegno chi abbia formato un testamento falso o ne abbia fatto scientemente uso.

Come si vede, tutti i casi importano un danno (o tentato tale) verso il defunto, verso gli eredi oppure verso l’eredità stessa, tale da rendere l’autore del fatto non degno di godere dei relativi benefici.

Vi sono delle ultime considerazioni da farsi.

L’indegno potrebbe a suo volta avere degli eredi e, in questi casi, la legge prevede la devoluzione dell’eredità, ossia che ciò che avrebbe dovuto essere ereditato dall’indegno, in realtà, viene ereditato dagli eredi dello stesso.
La norma vuole che il genitore abbia sempre e comunque diritti di usufrutto e di amministrazione sui beni del figlio, ma nel caso di indegnità del genitore erede è prevista un’eccezione che lo priva di tali diritti.

L’indegno deve restituire tutti i frutti che abbia percepito dopo l’apertura della successione e può, in certi casi, essere riabilitato e, quindi, riacquisire la qualifica di “erede”. In particolare, quando:
1. il de cuius lo abbia espressamente riabilitato mediante apposito atto pubblico o testamento;
2. anche se non espressamente riabilitato nei modi di cui al punto numero 1., quando si provi che il de cuius era a conoscenza della causa di indegnità nel momento in cui abbia fatto testamento in favore dell’indegno.

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