Crediti da lavoro. È frazionabile la domanda giudiziale?

Con l’ordinanza interlocutoria 1251 del 25 gennaio 2016, la Quarta Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, relativa alla sussistenza, o meno, dell’obbligo del lavoratore, una volta cessato il rapporto di lavoro, di avanzare in un unico contesto giudiziale tutte le pretese creditorie che trovano titolo nella fine del suddetto rapporto, con conseguente integrazione, o meno, di un’ipotesi di abuso sanzionabile con l’improponibilità delle domande successive.

La vicenda nasce con un ricorso al Giudice del Lavoro di Torino depositato nel 2009 con cui un dipendente chiedeva la condanna dell’ex datore di lavoro a corrispondere delle indennità, dopo che, precedentemente, aveva già proposto, con separata domanda, un ricorso per ottenere una rideterminazione del trattamento di fine rapporto.

La domanda veniva rigettata in primo grado poiché ritenuta improponibile, in quanto i crediti richiesti con le due diverse domande avrebbero dovuto essere fatti valere nella medesima causa alla luce della sentenza 23727/2007 delle SS.UU. della Cassazione e in forza del principio dell’infrazionabilità della domanda: principio in base al quale una medesima pretesa nei confronti del medesimo soggetto non possa essere avanzata in molteplici giudizi. Tanto avviene in forza di diversi principi espressi dalla giurisprudenza, fra cui quello di buona fede e correttezza, quello del giusto processo ex art. 111 Costituzione o anche quello del più generale divieto di aggravare la posizione economica della controparte in giudizio, la quale, in caso di più domande che in realtà avrebbero potuto essere condensate in una sola, andrebbe a sostenere spese di giudizio ben maggiori.

La Corte d’Appello di Torino, tuttavia, ribaltava il verdetto del Giudice di prime cure. Infatti, concludevano i giudici di secondo grado, il principio di infrazionabilità della domanda va rivolto solo ai casi in cui la pretesa sia ancorata a un’obbligazione univoca, ma questo non sarebbe il caso di un rapporto di lavoro, il quale, per definizione, sarebbe costituito da una serie complessa di rapporti obbligatori. La Corte accoglieva, quindi, la domanda del lavoratore.

La questione approdava, quindi, in Corte di Cassazione, la quale era chiamata ad accertare se, una volta cessato il rapporto di lavoro, il lavoratore debba avanzare in un unico contesto giudiziale tutte le pretese creditorie che trovano titolo nella cessazione del rapporto di lavoro e se il frazionamento di esse in giudizi diversi costituisca un abuso sanzionabile con l’improponibilità delle domande successive.

La giurisprudenza della Cassazione sul punto si è rivelata eterogenea e ha indotto la Sezione Lavoro del “palazzaccio” a rimettere gli atti innanzi alle Sezioni Unite per la decisione ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c. quale questione di massima particolare importanza.

Ritiene la Corte, infatti, entrando in contrasto con la sentenza 23727/2007 summenzionata, che non vi siano strumenti per far derivare dalla violazione del dovere di lealtà e probità configurabile nella proposizione di una pluralità di domande a rapporto ormai cessato, per fatti genetici anteriori o che trovano titolo nella cessazione medesima, ancorché nella consapevolezza del creditore della loro sussistenza, la sanzione dell’improponibilità delle domande successive alla prima. Infatti, l’ordinamento, si legge nell’ordinanza, appresterebbe mezzi che solo indirettamente sanzionerebbero tali comportamenti, ma non nei termini della preclusione suddetta.

Si attende il parere del Primo Presidente che valuterà la rimessione alle Sezioni Unite.

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