DDL di riforma della crisi di impresa e dell’insolvenza. Le novità sul “fallimento” italiano.

La camera ha approvato il ddl 3671-ter, ovvero la bozza di progetto di riforma dell’attuale legge fallimentare. Le novità della riforma caldeggiata dal Ministro Orlando e, oramai, salvo clamorosi deragliamenti, in vista di approvazione da parte del senato sono molteplici e di grande impatto sulla vita delle imprese in difficoltà.

Anzitutto, la prima novità è di carattere formalistico e consiste nell’abolizione dell’utilizzo del termine “fallito” dal vocabolario del R.D. 267/1942, così come scomparirà anche la parola “fallimento”. In questi casi, infatti, si parlerà di “liquidazione giudiziale”. Ma a cambiare sarà anche la relativa procedura: il fallimento non esisterà più e la liquidazione giudiziale sarà gestita dal curatore il quale, rispetto alla medesima figura nel fallimento, godrà di poteri di gran lunga maggiori: solo a titolo esemplificativo e non esaustivo, potrà accedere egli stesso alle banche dati oppure promuovere azioni giudiziali. Il procedimento in questione sarà da considerarsi sempre e comunque di carattere residuale e varrà solamente qualora tutte le altre proposte volte ad assicurare la continuità saranno andate all’aria.

Il nodo focale della riforma resta, comunque, il meccanismo di allerta preventivo, cioè quello secondo cui si deve mirare ad allertare l’impresa prima che la situazione sia divenuta oramai irrecuperabile. A questo proposito, dovrà essere introdotto un meccanismo preventivo volto a consentire l’attivazione senza ritardo delle procedure per la risoluzione assistita della crisi e contribuire a rilanciare effettivamente l’impresa sul mercato. Ma se l’allerta non dovesse sortire effetti, tale emergenza negativa dovrà essere resa pubblica nel registro delle imprese. Invece, l’imprenditore che si attivasse immediatamente a seguito dell’allerta verrà beneficiato di alcuni meccanismi premiali.

Inoltre, il concordato preventivo sarà limitato ai soli casi in cui sia effettivamente possibile salvare l’impresa che rischia di chiudere.

Un secondo aspetto del disegno di legge concerne la semplificazione delle regole processuali, laddove si tende a un generale snellimento delle procedure nonché all’eliminazione di alcuni meccanismi farraginosi dell’impianto previgente, con l’espressa incentivazione degli strumenti di composizione stragiudiziale della crisi. Si è inteso anche rivedere le regole sui privilegi, prevedendo un sistema di garanzie mobiliari non possessorie, come una sorta di pegno, ma in cui il debitore resta in possesso del bene mobile che è oggetto di garanzia.

Nuove regole anche per le procedure di insolvenza relative ai gruppi di imprese: in pratica, in caso di crisi di più società dello stesso gruppo il ricorso da presentare per ottenere l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, la liquidazione giudiziale o l’ammissione al concordato sarà uno solo, facendo salva e senza pregiudizio alcuno per l’autonomia dei patrimoni e delle masse di ciascuna delle società del gruppo.

Numerose, poi, sono le disposizioni salva-famiglie: norme nuove riguardo la questione del sovraindebitamento e tutela per la sopravvivenza dell’attività del debitore sono i principi cardine da cui muove il ddl. Inoltre, se viene comprato un immobile ancora da costruire, i costruttori dovranno depositare la fideiussione da un notaio sin dall’origine, al fine di garantire chi compra casa sulla carta evitando una tutela – ormai inutile – solo dopo che sia già sopravvenuta l’insolvenza.

Infine, il foro competente: non sarà automaticamente il tribunale delle imprese, ma quest’ultimo sarà assegnatario del relativo procedimento solo in caso di grandi procedure concorsuali o di imprese di notevoli dimensioni.

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