Il datore di lavoro può chiedere la restituzione dello stipendio che ha pagato erroneamente?

Si chiama indebito retributivo e i precedenti divergono a seconda che si tratti di settore pubblico o di privato.

Non si tratta di somme percepite dal lavoratore una tantum o solo estemporaneamente, ma che vengono pagate in busta paga di mese in mese, convincendolo così che rientrano nella retribuzione vera e propria.

In questo caso, ci si chiede se le somme possano essere chieste indietro dal datore di lavoro che si rendesse conto di averle pagate indebitamente, sbagliandosi.

Sulla questione, è singolare come la giurisprudenza sia diversamente orientata a seconda che si tratti di pubblico impiego o del settore privato.

Nel primo caso, v’è una maggiore tutela della P.A. e i precedenti sono uniformi nell’affermare il diritto di ripetere l’indebito anche indipendentemente dall’eventuale buona fede del lavoratore nell’essersi visto accreditare le somme.

La Cassazione, invece, ha offerto una lettura molto più aperta verso il lavoratore nel caso dell’impiego privato, affermando che la corresponsione continuativa di un assegno al dipendente è generalmente sufficiente a farlo considerare, salvo prova contraria, come elemento della retribuzione. E pertanto, per tutelare l’affidamento che il dipendente ha ormai fatto su tale disponibilità economica per via della sua reiterata erogazione, le somme non possono essere richieste dal datore seppur dal medesimo pagate indebitamente.

La diversa considerazione dell’impiego pubblico e di quello privato fa sorgere dei dubbi, poiché le due forme di lavoro dovrebbero essere tutelate allo stesso modo dalla costituzione e dalle norme di legge, mentre l’interpretazione attuale favorisce nettamente – e, ci permettiamo di aggiungere, inspiegabilmente – i lavoratori dell’impiego privato.

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