La concorrenza sleale dell’ex dipendente: può configurarsi in assenza di patto di non concorrenza?

Tizio e Caio, lavoratori dipendenti a tempo indeterminato della ditta Alfa, decidono un giorno di avviare un’attività identica a quella del loro attuale datore di lavoro. Non avendo firmato alcun patto di non concorrenza, i lavoratori si ritenevano liberi di avviare l’attività medesima senza limite alcuno di non concorrenza. Per ottenere conferma della giustezza dei propri comportamenti, si recavano dal proprio avvocato di fiducia in Roma per ottenere un parere sulla vicenda.

Il problema della concorrenza che l’ex dipendente potrebbe fare verso il datore di lavoro è argomento di non facile approccio, condito da numerose sfumature e sfaccettature legate al caso specifico e che possono produrre esiti diversi a seconda dei casi. Gli interessi tutelati che finiscono sul “piatto della bilancia” sono sostanzialmente due: il diritto del lavoratore di esercitare la propria libertà di iniziativa economica ex artt. 2, 3, 35 e 41 della Costituzione e il diritto del datore di lavoro di non essere pregiudicato dalla nuova attività dell’ex dipendente, che, col nuovo esercizio, in forza delle conoscenze tecniche, dei know how e della trama di incontri professionali con la clientela precedentemente contratti, potrebbe “soffiare” del lavoro al vecchio capo.

Nella questione che viene sottoposta al legale, il quadro pare, tuttavia, piuttosto chiaro.

L’art. 2105 del Codice Civile prevede l’obbligo di fedeltà, secondo cui il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio. La norma si rivolge al lavoratore in costanza di rapporto di lavoro e gli impedisce di diffondere informazioni dell’attività lavorativa dell’imprenditore che, nella sostanza, potrebbero seriamente pregiudicarne l’attività (si pensi al dipendente che rivela, a un concorrente anche solo potenziale, una particolare ricetta adoperata dal datore di lavoro, titolare di una pasticceria, per cucinare un certo dolce che riscuote un notevole successo presso la clientela).

L’art. 2125 del Codice Civile, invece, nel disciplinare il patto di non concorrenza, prevede che il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo. Si prevede altresì che la durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni. Si limita in questo modo la possibilità del dipendente di avviare una propria attività dopo aver terminato il rapporto lavorativo col datore (per massimo cinque anni), poiché si teme che, per la natura dell’attività e delle informazioni acquisite durante le ore di lavoro, per conoscenza dei know how, per i rapporti stretti dal dipendente con alcuni clienti e per altri fattori, l’ex lavoratore possa in qualche modo “scippare” del lavoro al precedente datore, danneggiando la di lui attività.

Con riferimento al caso di specie, non sussiste quest’ultima opportunità, non essendo stato sottoscritto alcun patto di non concorrenza.

Tuttavia, occorre ben precisare alcune sfaccettature dell’obbligo di fedeltà richiamato in precedenza: questo, come detto, opera in pendenza del rapporto di lavoro ma mantiene degli strascichi anche dopo la chiusura dello stesso: la giurisprudenza, infatti, in una serie copiosa di pronunce, ha ritenuto incarnante la violazione di tale obbligo anche il comportamento dell’ex lavoratore che, nonostante abbia rispettato l’obbligo quando era alle dipendenze del datore, lo abbia, invece, tradito subito dopo, tramite una serie di comportamenti atti a pregiudicare l’attività del datore: ad esempio, è stato ritenuto sussistente l’illecito di concorrenza sleale per sviamento di clientela nel comportamento degli ex dipendenti che, forti dei contatti che si erano creati nell’impresa del datore, avevano indotto i vecchi clienti del datore a cambiare, recandosi presso l’impresa da poco costituita dai due; è stato ritenuto illecito, altresì, anche in assenza del patto di non concorrenza, il comportamento di colui che aveva utilizzato le tecniche di costruzione di impianti caldaia apprese presso la precedente ditta in cui aveva lavorato per produrre i macchinari della ditta fondata da poco dallo stesso; è stato, quindi, ritenuto contro legge il comportamento di colei che, dopo anni di servizio presso un colosso dell’informatica, aveva fondato una piccola impresa che sistematicamente utilizzava i know how del precedente datore.

Pertanto, le violazioni vanno valutate di caso in caso.

L’avvocato, dunque, esortava Tizio e Caio ad avviare la nuova attività, seppur identica a quella precedentemente svolta come dipendenti, in quanto comportamento di per sé perfettamente lecito, purché non si concreti in comportamenti che danneggino materialmente l’attività del precedente datore, sottraendo allo stesso clienti, informazioni, know how, tecniche specifiche di lavoro o quant’altro.

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