La non cumulabilità fra interessi e rivalutazione monetaria: cosa significa? Un esempio pratico.

Nel caso di ritardato pagamento di prestazioni previdenziali e assistenziali, al pensionato vanno corrisposti anche gli interessi legali e la rivalutazione monetaria: ma i due importi, per le pensioni maturate a partire dal 1° gennaio 1991, non possono essere cumulati fra loro.
Vediamo un esempio pratico per capire esattamente come opera il meccanismo dell’incumulabilità.

L’art. 16, comma 6, ultimo periodo, della Legge n. 412/91 prevede che, in caso di ritardato pagamento di prestazioni previdenziali e assistenziali, gli enti gestori debbano corrispondere al pensionato anche gli interessi legali, i quali vanno portati «in detrazione dalle somme eventualmente spettanti a ristoro del maggior danno subito dal titolare della prestazione per la diminuzione del valore del suo credito».

Quando si parla di “maggior danno“, si intende la rivalutazione monetaria, quel meccanismo con cui viene quantificato il danno emergente utile a ripristinare, in favore del creditore, lo status quo che sarebbe esistito in caso di corretto adempimento.

Ad esempio: un pensionato vanta un credito previdenziale di € 1.000,00 che ingiustamente non gli viene pagato. A seguito di ricorso, gli viene corrisposto cinque anni dopo. Ma, a quel punto, con il passare degli anni, quegli € 1.000,00 si saranno svalutati, poiché, a quei tempi, gli avrebbero permesso di comprare una quantità di beni di certo superiore a quella di oggi. Per questo, la somma viene rivalutata in base a una serie di parametri ISTAT, per cui gli verranno pagati in tutto (calcolo ipotetico) € 1.200,00.

In sostanza, gli € 200,00 in più hanno risarcito quel danno emergente patito a causa della svalutazione del danaro.

Gli interessi, invece, ripagano il lucro cessante, cioè l’effettiva utilità che il pensionato avrebbe avuto dall’avere a disposizione quella somma per spenderla, piuttosto che non averla. Nel caso specifico, parliamo di interessi legali, cioè quelli che vengono di anno in anno stabiliti da legge dello Stato e il cui tasso aumenta – generalmente – all’aumentare del benessere collettivo: tanto più ricchi sono mediamente i cittadini, tanto più, verosimilmente, se avessero una certa somma, la investirebbero piuttosto che risparmiarla; e, per questo, tanto maggiore sarà il tasso di interesse previsto per ritardato pagamento della somma stessa.

E veniamo quindi al punto.

Il maggior danno (cioè la rivalutazione) e gli interessi, per le pensioni maturate sino al 31 dicembre 1990, andavano sommati.

Dal 1° gennaio 1991, invece, ai sensi dell’art. 16, comma 6, della Legge n. 412/91,  dopo aver calcolato separatamente gli interessi dovuti e la rivalutazione:
A) sono dovuti solo i primi se l’importo di questi è maggiore o uguale a quello della rivalutazione;
B) sono dovuti entrambi se l’importo della rivalutazione supera quello degli interessi, ma solo per l’eccedenza rispetto agli interessi.

Sebbene ai tecnici del diritto gli intenti del legislatore possano apparire chiari, lo stesso non può dirsi quanto ai comuni cittadini destinatari della norma, i quali, il più delle volte – più che comprensibilmente – faticano a comprenderne la concreta applicazione.

Un esempio potrà chiarire meglio:
1) Interessi = 100 e Rivalutazione = 50 –> Dovuti solo Interessi 100;
2) Interessi = 100 e Rivalutazione = 100 –> Dovuti solo Interessi 100;
3) Interessi = 100 e Rivalutazione = 150 –> Dovuti Interessi 100 + Rivalutazione 50;
4) Interessi = 100 e Rivalutazione = 400 –> Dovuti Interessi 100 + Rivalutazione 300.

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