La trattenuta del 2,5% sulla busta paga dei dipendenti pubblici. Il contrasto giurisprudenziale nel Tribunale di Roma.

Ai dipendenti pubblici viene effettuata una trattenuta su ciascuna busta paga mensile pari al 2,5% dell’80% della retribuzione.
Per gli assunti dopo il 31 dicembre 2000 che si trovano sottoposti al regime del TFR (e non del TFS), la trattenuta non dovrebbe essere praticata.
O, almeno, così lascerebbero intendere le disposizioni di legge e due sentenze della Consulta.
Presso il Foro di Roma la questione è oggetto di pronunce discordanti, su cui dovrà far luce la Corte d’Appello.

Un’ormai celebre sentenza del Tribunale romano della primavera 2017 aveva lasciato ben sperare gli oltre 300 ricorrenti: la trattenuta non doveva essere operata, perché il TFS, pagato al momento della cessazione del rapporto, sarebbe di per sé più favorevole del TFR, poiché comprensivo del pagamento di quel 2,5% trattenuto mese per mese dagli stipendi dei lavoratori e restituito loro con la liquidazione.
Al contrario, ai ricorrenti veniva trattenuta tale somma, senza che poi gli venisse restituita con il TFR.

La pronuncia muoveva dall’interpretazione – a nostro dire corretta – di due sentenze della Corte Costituzionale: la n. 223/2012 e la n. 244/2014, le quali delineavano un quadro del tutto simile a quello descritto.

Sennonché, di diverso avviso pare essere il Tribunale Civile della Capitale: a eccezione della pronuncia predetta, alcune sentenze precedenti e successive si sono mostrate contrarie a questa ricostruzione interpretativa. Secondo la diversa corrente, le somme del 2,5% non dovrebbero essere restituite proprio perché, in caso contrario, verrebbe a configurarsi una disparità in favore dei dipendenti assunti dopo il 31 dicembre 2000 in regime di TFR; tali somme, infatti, sarebbero loro trattenute (rectius: i giudici parlano di “riduzione della retribuzione” e non di trattenuta) perché il TFR stesso sarebbe già di per sé maggiorato di tali importi, i quali, se resi ai dipendenti, finirebbero per generare uno squilibrio.

Sulla questione è molto attesa la pronuncia della Corte d’Appello di Roma, anche per dirimerne gli aspetti economici che coinvolgono decine di migliaia di dipendenti pubblici per una somma totale nell’ordine delle centinaia di milioni di euro.

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