Ricorso dipendenti di Roma: il risarcimento per l’usura psicofisica non è diminuito per l’acquiescenza del lavoratore.

Non conta che il lavoratore abbia accettato senza protestare la calendarizzazione del turno lavorativo oltre il sesto giorno, né tanto meno che sia stato egli stesso a richiederlo: il datore deve comunque impedirgli il lavoro di sette o più giorni di seguito, oppure indennizzarlo/risarcirlo.

In determinati casi, il codice civile prevede che il risarcimento di un danno debba essere diminuito se a provocarlo abbia contribuito anche il danneggiato con un concorso colposo.

La regola ha portata generale e vale nella quasi totalità dei contenziosi di risarcimento, ma non nei casi come quello oggetto del ricorso patrocinato dallo studio, ovvero nel caso di risarcimento del danno da usura psicofisica.

In questo caso, le magistrature superiori hanno sottolineato a più riprese che il risarcimento del danno da usura psicofisica non può essere diminuito in rapporto al concorso colposo del danneggiato, proprio perché tale danno gode di copertura costituzionale.

Ciò significa che la costituzione della Repubblica ha inteso riservare alle situazioni di riposo settimanale una tutela particolare, tanto da dichiararle espressamente “irrinunciabili” da parte del lavoratore.

Proprio come avviene per le ferie.

Ecco perché un datore di lavoro non può addurre quale giustificazione il fatto che il dipendente fosse sempre stato acquiescente a prestare il proprio lavoro oltre il sesto consecutivo, né tanto meno che sia stato egli stesso a richiederlo: infatti, in questi casi, proprio come per quel che concerne le ferie, il datore deve essere considerato l’unico responsabile dell’integrità psicofisica del lavoratore e grava sullo stesso la responsabilità di proibire il lavoro oltre il sesto giorno, oppure – qualora nel caso particolare sia lecito – indennizzarlo adeguatamente.

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