Usura psicofisica: di cosa si tratta e perché interessa i lavoratori.

Dopo il nostro post del 3 marzo, che annunciava il ricorso per il risarcimento del danno da usura psicofisica in favore dei dipendenti di Roma Capitale, una lettrice ha chiesto dettagli su questo tipo di danno e sulle modalità di liquidazione. Vediamo di chiarire alcuni aspetti.

Si badi che il danno in questione viene patito solo in un modo: attraverso il lavoro svolto per più di sei giorni di fila.

Attenzione: teniamo a chiarire che il risarcimento del danno da usura psicofisica non va confuso con altre tipologie di risarcimento, come ad esempio il danno biologico o quello morale. Sono tipi di risarcimento del tutto distinti.

L’usura psicofisica è solamente quella patita dal dipendente che per esigenze lavorative deve prestare servizio oltre sei giorni di fila e, quindi, che viene privato delle 24 ore consecutive di riposo nell’arco di sette giorni.

Il danno da usura psicofisica è sussistente di per sé, con la sola prestazione lavorativa effettuata per almeno sette giorni di fila.

Il diritto al riposo settimanale trae origine dall’art. 36, comma 3, della Carta Costituzionale, secondo cui il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e non può rinunziarvi, e dall’art. 2109 del codice civile, a mente del quale il prestatore di lavoro ha diritto a un giorno di riposo ogni settimana, di regola in coincidenza con la domenica.

Quindi, anche se per certe attività particolari è consentito un turno di lavoro che superi i sei giorni consecutivi, il datore di lavoro dovrà offrire al dipendente sia il riposo compensativo della mancata fruizione nell’arco dei sette giorni del riposo settimanale, e sia un indennizzo relativo all’usura psicofisica patita per aver lavorato oltre i limiti previsti dalla legge. Questo per evitare arbitrarie discriminazioni fra il lavoratore che fruisce del riposo settimanale e quello che, per il particolare tipo di servizio svolto, non può fruirne.

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