Gli interessi: tipologie, caratteristiche e particolarità.

Gli interessi: o, in altre parole, quell’obbligazione pecuniaria accessoria ancorata a un’obbligazione principale, anch’essa pecuniaria.
In questo post si vedranno gli elementi fondamentali, le tipologie e la funzione di questo diffusissimo diritto di credito, senza la pretesa di trattare esaustivamente una vastissima tematica giuridica, ma al solo fine di fornire alcune utili coordinate fondamentali.

Gli interessi possono originare:
a) da una norma di legge, prendendo il nome di interessi legali;
b) da un accordo fra debitore e creditore: questi si chiamano interessi convenzionali.

In base alla loro funzione, gli interessi possono suddividersi in:
a) interessi corrispettivi: termine non espressamente previsto dal codice civile, ma volto a indicare quegli interessi dovuti per il godimento di una certa somma di denaro liquida ed esigibile prestata dal creditore al debitore. L’elemento caratterizzante, pertanto, è il godimento di una somma di denaro prestata dal creditore al debitore, previo accordo;
b) interessi compensativi: questi interessi sono stati creati dai giudici, i quali, trovandosi a decidere su casi pratici in cui un soggetto ha patito un danno per una mancata prestazione, hanno ritenuto di “ricompensarlo” stabilendo a suo favore il pagamento di una somma via via rivalutata. In altre parole, se gli interessi corrispettivi ripagano il creditore per l’essersi privati della disponibilità di una somma prestata al debitore, al contrario, gli interessi compensativi ripagano il creditore per un risarcimento del danno che il debitore avrebbe dovuto corrispondergli, ma non gli ha ancora corrisposto;
c) interessi moratori: quelli dovuti per il ritardo nell’adempimento di una prestazione di denaro. Si differenziano dagli interessi corrispettivi per il fatto che non c’è un precedente prestito, ma un’obbligazione che dev’essere adempiuta entro un certo termine, trascorso il quale il debitore è in mora; e dagli interessi compensativi perché questi ultimi sono ancorati alla dimostrazione di aver sofferto un pregresso danno, sulla base del quale viene valutato l’interesse, mentre quelli moratori sono del tutto indipendenti dalla prova della sussistenza di un danno e sono basati solo sul ritardo nell’adempimento di una prestazione.

Ma, in concreto, a quanto possono ammontare gli interessi?
La soglia viene valutata attraverso uno strumento denominato “tasso di interesse” (o “saggio di interesse”), calcolato in percentuale sulla somma che funge da base di calcolo, detta anche “capitale”.

L’art. 1284 del codice civile prevede che, attualmente, il tasso di interesse è pari al 5% del capitale, precisando altresì che con decreto del MEF possa essere stabilito, entro il 15 dicembre di ogni anno e per l’anno a venire, un diverso tasso. Questi saggi stabiliti da norme di legge prendono, appunto, il nome di tasso legale.

La legge, comunque, non vieta che le parti possano accordarsi per pattuire un interesse diverso, superiore o inferiore, rispetto a quello legale, purché l’accordo sia fatto, a pena di inefficacia, per iscritto. In tal caso si viene a parlare di interesse convenzionale, come già si accennava in precedenza.

Tuttavia, per evitare un’eccessiva penalizzazione del debitore e in deroga al principio di autonomia contrattuale (in base al quale, se sussiste un accordo, le parti possono decidere di sottostare a qualunque condizione), è vietato far superare all’interesse convenzionale un certo tasso: questo non può superare di oltre quattro punti percentuali il TAEG (tasso effettivo globale medio) praticato dalle banche e dagli intermediari finanziari e rilevato trimestralmente con decreto del MEF, maggiorato del 25%. E comunque il tasso non può essere superiore a otto punti percentuali rispetto al tasso medio così rilevato.
In caso contrario, si tratterebbe di interesse usurario, il quale si caratterizza non solo per il fatto che la relativa clausola che lo prevede è nulla, ma anche perché, in tal caso, non è dovuto nemmeno l’interesse legale.

Per concludere l’argomento, occorrerebbe un cenno alla disciplina dell’anatocismo. Tuttavia, per le relative considerazioni si rimanda al precedente post da noi pubblicato (link) in data 08 giugno 2016, nel quale l’argomento è stato trattato alla luce delle più recenti modifiche legislative.

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