Il contratto di leasing. Quali tutele per questa fattispecie atipica di locazione?

Detto anche ‘locazione finanziaria’, oggi il leasing – che ha origini straniere risalenti ai paesi anglosassoni – è uno degli schemi contrattuali più utilizzati per l’acquisto di beni mobili registrati (autoveicoli e motoveicoli in primis). Costituisce un vero e proprio esempio di contratto atipico, ossia di contratto non previsto espressamente dal codice civile, i cui elementi non espressamente regolati dalle parti vengono evinti per analogia con le generali norme sulle obbligazioni e sui contratti, condite dall’interpretazione dei giudici, alle quali occorrerà fare riferimento in caso di una tutela giudiziale. Vediamo in che modo.

Il leasing è strutturato in questo modo: un soggetto, detto ‘utilizzatore’ o ‘concessionario’, il quale necessita di un bene mobile, mobile registrato e persino immobile, invece di chiedere in prestito il denaro per poterlo acquistare, chiede a un terzo (un intermediario autorizzato), detto ‘locatore’ o ‘concedente’, di acquistarlo e di concederglielo in godimento temporaneo dietro la corresponsione di un canone periodico.

L’utilizzatore, così facendo, assume su di sé ogni rischio legato al perimento o al cattivo funzionamento del bene. Elemento essenziale è che, alla scadenza del contratto, il concessionario può esercitare un opzione di acquisto del bene a un prezzo di regola molto inferiore a quello effettivo, oppure può restituire il bene stesso, oppure, ancora, può prorogarne la locazione proseguendo il pagamento dei canoni.

Data la natura atipica del contratto, la tutela legale in caso di conflitti dovrà essere valutata caso per caso, a seconda che lo schema interessato converga più verso una locazione, una vendita a rate oppure verso un mutuo.

In proposito, si è soliti distinguere fra leasing traslativo e leasing di godimento, a seconda che sia prevalente l’interesse dell’utilizzatore ad acquistare il bene al termine della locazione finanziaria oppure solo a utilizzarlo per il periodo previsto nel contratto.

Il leasing di godimento ricorre quando si tratta di un bene di rapida consumazione o di rapido perimento, motivo per cui l’unico presumibile e sensato interesse del concessionario sarà la sua utilizzazione, risultando ingiustificata un’eventuale volontà di acquisto. La giurisprudenza della Cassazione, nel caso in cui su una questione di questa tipologia dovessero sorgere delle controversie, ha assimilato il leasing a una vera e propria locazione, con le tutele che ne derivano in via analogica (si pensi, ad esempio, all’applicabilità dell’art. 1458, comma 1, seconda parte, c.c., per cui l’utilizzatore, in caso di risoluzione del contratto per suo inadempimento – ossia mancato pagamento di alcuni canoni -, non ha diritto alla restituzione dei canoni pagati durante la vigenza del contratto).

Al contrario, nel leasing traslativo, il bene oggetto del contratto, allo spirare dello stesso, conserva ancora la sua integrità e la sua utilità, motivo per cui l’utilizzatore avrebbe tutto l’interesse ad esercitare l’opzione e comprare il bene (caso comune all’acquisto di autoveicoli). In questa tipologia di leasing, la giurisprudenza ha assimilato la locazione finanziaria non a una locazione, quanto, piuttosto, a una vera e propria vendita, rendendo applicabile, ad esempio, non l’art. 1458 predetto, ma l’art. 1526 c.c.: infatti, se l’utilizzatore dovesse smettere di pagare i canoni pattuiti, il contratto si risolverebbe, ma stavolta – contrariamente a quanto visto per il leasing di godimento – il concessionario dovrebbe restituire tutti i canoni già pagatigli, avendo per contro diritto a un equo compenso per l’uso della cosa da parte del concessionario nonché al risarcimento del danno.

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