Il ritorno dell’anatocismo: il nuovo art. 120 TUB.

L’anatocismo. O, in altre parole, gli interessi sugli interessi, che, nel frattempo, sono divenuti capitale. Non troppo semplice da capire, ma nemmeno così difficile come sembra, dato che si tratta di una prassi ben nota a chi ha avuto rapporti di credito/debito con istituti bancari. Il fenomeno anatocistico costituisce un elemento centrale del contratto bancario e, a oggi, è uno dei principali oggetti delle cause intentate contro le Banche, accusate di “abusare” delle relative norme ponendo condizioni sfavorevoli al correntista. Dopo un “tira e molla” normativo, le nuove norme sembrerebbero segnarne un ritorno in pompa magna.
Ma come possiamo spiegare l’anatocismo? Perché interessa ai correntisti? E in che si concreta la nuova normativa di cui al 120 TUB?

Ai sensi dell’art. 1283 del Codice Civile, in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

In concreto, quando da una qualsiasi prestazione di carattere patrimoniale debbano sorgere degli interessi, questi non possono essere capitalizzati solo per effetto di una domanda giudiziale (citazione, ricorso etc) oppure tramite convenzione successiva al sorgere degli interessi stessi.

Per esemplificare: supponiamo che Tizio debba dare a Caio 1.000,00 € con un interesse del 10% annuo. Ciò significa che, dopo un anno, Tizio dovrà dare a Caio 1.100,00 €; dopo due anni, 1.200,00 €; dopo tre anni, 1.300,00 €. Questo perché, trascorso ogni anno, l’importo su cui calcolare l’interesse (importo chiamato: “Capitale”) resterà sempre quello originario di 1.000,00 €.

Tenendo sempre a mente l’esempio di poc’anzi, se, diversamente, le parti si accordassero per capitalizzare gli interessi scaduti (nel nostro caso, abbiamo detto che l’interesse va calcolato annualmente e, pertanto, essi “scadono” ogni volta dopo un anno), si verificherebbe quanto segue: dopo un anno Tizio dovrà dare a Caio 1.100,00 €; dopo due anni, 1.210,00 €; dopo tre anni, 1.331,00 €. Questo perché, se, dopo un anno, il capitale su cui applicare gli interessi resterebbe in entrambi gli esempi di 1.000,00 €, al contrario, dopo due anni, questo resterebbe costante nel primo esempio, ma diventerebbe di 1.100,00 € nel secondo esempio. E, pertanto, sarà su questa seconda cifra che dovremo calcolare, alla fine del secondo anno, un 10% di interesse ulteriore, ottenendo 1.210,00 €. Quest’ultima cifra, quindi, diventerà il capitale su cui calcolare gli interessi per il terzo anno, e così via.
Questo fenomeno di capitalizzazione degli interessi è detto, appunto, anatocismo.

Se la disposizione codicistica esaminata vale nei rapporti tra privati, al contrario, nei rapporti fra privato e banche, le regole si fanno più rigide, in considerazione della posizione di supremazia che riveste la banca nei confronti del cittadino.

La norma dedicata all’anatocismo bancario è l’art. 120 del DL 385/1993 (detto anche Testo Unico Banca – TUB). Ripercorriamo brevemente la storia della disposizione: dopo la formulazione originaria, venne modificato dalla legge 147/2013 che ne modificava il comma 2, lettera b, nel seguente modo: il CICR (il Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio) stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
a) nelle operazioni in conto corrente sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori;
b) gli interessi periodicamente capitalizzati non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale.

Pertanto, veniva previsto un divieto di capitalizzazione periodica degli interessi (l’anatocismo, appunto), contrariamente da quanto prevedeva la norma previgente, la quale ne disponeva, invece, la legittimità alla sola condizione che gli interessi attivi e passivi fossero capitalizzati con la stessa periodicità, che di solito, nella prassi bancaria, è di tre mesi.

Come successivamente chiarito anche dalla Sentenza della Suprema Corte di Cassazione n° 9127/2015, secondo il testo dell’art. 120 TUB vigente dopo la finanziaria 2014, gli interessi venivano conteggiati con la periodicità pattuita tra il cliente e la banca, ma divenivano esigibili solo alla fine del rapporto, al momento cioè della chiusura di tutte le partite.

Con il DL 18/2016, art. 17-bis, il quadro è nuovamente mutato.

Con tale disposizione si è previsto che al comma 2 dell’articolo 120 TUB, le lettere a) e b) sono sostituite dalle seguenti: “a) nei rapporti di conto corrente o di conto di pagamento sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori, comunque non inferiore ad un anno; gli interessi sono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno e, in ogni caso, al termine del rapporto per cui sono dovuti; b) gli interessi debitori maturati, ivi compresi quelli relativi a finanziamenti a valere su carte di credito, non possono produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora, e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale; per le aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido: 1) gli interessi debitori sono conteggiati al 31 dicembre e divengono esigibili il 1º marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati; nel caso di chiusura definitiva del rapporto, gli interessi sono immediatamente esigibili; 2) il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili; in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale; l’autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l’addebito abbia avuto luogo.

Pertanto, in poche parole, le modifiche intervenute incidono esclusivamente sui casi di aperture di credito e, in generale, nei casi di sconfinamento dal limite del fido e determinano che il correntista possa autorizzare preventivamente (quindi prima e non successivamente alla scadenza, come, invece, prevede l’art. 1283 Codice Civile) l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili, trasformando detti interessi in sorte capitale, produttiva, a sua volta di ulteriori interessi.

In sostanza, il correntista entro 60 giorni (tanti sono dal 31 dicembre al 01 marzo di ogni anno) deve pagare gli interessi passivi nelle aperture di credito e extra fido (nei casi cioè in cui, in parole profane, il cliente sia andato “sotto” rispetto al fido consentito). Se non paga, la banca potrà applicare su tali interessi l’anatocismo annuale, capitalizzandoli. La capitalizzazione non avviene solo se, prima del 01 marzo, il cliente decidesse di revocare l’autorizzazione.

In conclusione, alla luce della nuova formulazione, il cliente può scegliere: nei casi di aperture di credito e, in generale, di sconfinamento dal limite debitorio consentito, o paga gli interessi maturati nell’anno solare precedente al 01 marzo di ogni anno oppure farli addebitare in conto dando così via alla capitalizzazione composta degli stessi.

Gli interessi di cui al debito affidato e gli altri debiti continuano, invece, a seguire la previgente disciplina.

Il nuovo art. 120 TUB pare confermare la reintroduzione dell’anatocismo a favore degli istituti bancari, nella misura e nel modo che si è esaminato. Per tutti gli altri soggetti, al contrario, resterà fermo il vincolo di cui all’art. 1283 del Codice Civile.

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