Il subappalto e responsabilità del subappaltatore.

Tizio decide di appaltare la costruzione della propria futura casa (un villino su terreno edificabile) a una ditta di nome Alfa s.r.l., della quale aveva avuto conoscenza grazie ad alcuni parenti.

Il legale rappresentante della ditta, prima di accettare l’incarico, aveva formalmente richiesto al committente Tizio di autorizzarlo a subappaltare la realizzazione delle tubazioni e dell’impianto fognario sottostante. Tizio accettava e la Alfa incaricava delle relative opere l’impresa di Caio.

Le opere terminavano e Tizio occupava l’immobile assieme ai propri famigliari, fino a quando, dopo sei mesi, rilevava la comparsa di evidenti segni di crepe sulle mura del bagno.

Tizio immediatamente denunziava il fatto all’appaltatore e, per il tramite del proprio legale di fiducia, lo invitava a concordare un rimedio e ad avanzare una proposta di risarcimento del danno.

La Alfa s.r.l. rispondeva poco dopo dicendo di non essere responsabile per quel tipo di danno, in quanto, a suo parere, derivante da un difetto delle opere fognarie poste in essere da Caio, le quali hanno ingenerato la frana del terreno sottostante e il cedimento delle pareti. La Società invitava, dunque, Tizio a rivolgersi a Caio.

Tizio lasciava passare poco più di due mesi per valutare il da farsi e, quindi, si decideva a contattare Caio per rappresentargli i fatti, come suggerito dalla Alfa. Caio, dopo aver dichiarato di essere stato del tutto all’oscuro della vicenda sino a quel momento, declinava comunque anch’esso ogni responsabilità, ritenendo di aver svolto pienamente in regola i lavori.

Stanco delle risposte ricevute e intenzionato a porre immediato rimedio a temuti crolli, Tizio si rivolge all’avvocato di famiglia per ottenere un parere legale sulla vicenda.

L’avvocato spiegava che ai sensi dell’art. 1656 del Codice Civile il subappalto fatto dalla Alfa a Caio era perfettamente lecito, in quanto autorizzato espressamente da Tizio.

Piuttosto occorreva soffermarsi sul tipo di rapporto che si viene a instaurare fra committente, appaltatore e subappaltatore in casi come questo.

Innanzitutto, il committente non ha facoltà di scegliere se agire contro l’appaltatore o il subappaltatore: egli deve obbligatoriamente agire sempre contro il primo.

quid iuris, dunque, se l’appaltatore ritiene di non essere responsabile? La regola appena vista gli impone di rispondere anche per danni che non ha materialmente procurato? Ebbene, sì. Ma con il beneficio di fruire della tutela del regresso: in questo modo potrà a sua volta chiamare in causa con un’autonoma azione di accertamento il subappaltatore per sentirlo condannare alla restituzione di quanto risarcito al committente.

Pertanto, con riferimento al caso di specie, la sequenza che si imponeva era la citazione a giudizio della Alfa da parte di Tizio a cui avrebbe fatto seguito la chiamata in causa di Caio da parte della Alfa s.r.l. per esercitare il regresso.

Tuttavia, il caso in esame sembrava imporre un esito diverso.

Infatti, come detto poc’anzi, Caio, contattato da Tizio, a distanza di più di due mesi dalla denunzia rivolta da questo alla Alfa, sosteneva di non aver saputo nulla della vicenda.

L’art. 1670 del Codice Civile dispone che l’appaltatore, per agire in regresso nei confronti dei subappaltatori, deve, sotto pena di decadenza, comunicare ad essi la denunzia entro sessanta giorni dal ricevimento.

L’avvocato, pertanto, spiegava che qualora la Alfa non avesse avuto la prova contraria di quanto affermato da Caio – e, quindi, la prova di avergli comunicato la denunzia entro sessanta giorni dal ricevimento -, non le sarebbe stato possibile, in ogni caso, esercitare il regresso.

Di conseguenza, anche qualora la Alfa fosse stata in grado di provare l’effettiva colpa di Caio, avrebbe dovuto comunque farsi carico del risarcimento dovuto per non aver tempestivamente comunicato a quest’ultimo la denunzia.

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