Locazione e inversione dell’onere della prova. Un caso singolare.

Tizio e Caio sottoscrivevano un contratto di locazione a uso abitativo tramite il quale Tizio si impegnava a far godere a Caio del suo immobile sito in Roma. Nel contratto, interamente compilato da Tizio, vi erano state apposte, fra le altre, due clausole: una secondo cui le spese di riparazione per ogni qualsiasi malfunzionamento dei beni concessi (fra cui frigo, caldaia, forno ecc.) avrebbero dovuto essere pagate dal locatario Caio; l’altra secondo cui, in caso di giudizio iniziato da Tizio contro Caio, l’onere della prova sarebbe stato invertito, con la conseguenza che Tizio avrebbe avuto di per sé ragione anche senza provare quanto affermato nella citazione, salvo prova contraria fornita da Caio. Caio leggeva le clausole, le apprendeva e, quindi, firmava il contratto.

Dopo alcuni mesi di occupazione dell’immobile, Caio registrava un malfunzionamento che impediva alla caldaia di riscaldare adeguatamente i termosifoni e l’acqua corrente. Non potendo tollerare la mancanza di acqua calda e di riscaldamento (correva la stagione invernale), Caio richiedeva a Tizio di procedere alla riparazione ex art. 1621 del Codice Civile.

Tizio opponeva, in proposito, l’esistenza della clausola prima menzionata: sosteneva, infatti, che la riparazione avrebbe dovuto essere eseguita da Caio. Caio, in procinto di pagare la riparazione, decideva comunque di sentire prima il suo legale di fiducia.

L’avvocato precisava che, in effetti, è consentito alle parti derogare alle norme del codice civile e che, pertanto, di per sé, il dovere di effettuare le riparazioni straordinarie può essere lecitamente trasferito in capo al locatario.

Tuttavia, veniva in rilievo un altro aspetto, meritevole di sottolineatura sebbene non sembrasse comunque idoneo a modificare il dovere che incombeva su Caio nei confronti di Tizio.

Infatti, ai sensi dell’art. 2697 del Codice Civile, chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento e, contestualmente, il convenuto che eccepisce l’inefficacia di tali fatti oppure che eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda.

Tale assunto in diritto prende il nome di principio dell’onere della prova e, come visto, impone sempre a chi “cita” taluno in giudizio di provare che questi è effettivamente responsabile di un certo fatto.

Questa regola può essere tuttavia invertita, facendo sì che l’attore (così è chiamato colui che chiama qualcuno in giudizio) sia ritenuto meritevole di ragione per il solo fatto di aver instaurato una causa, senza dover provare nulla, e costringendo, quindi, il convenuto a fornire tutte le prove del caso a sua discolpa.
Questo meccanismo di scambio delle vesti fra l’attore e il convenuto è denominato inversione dell’onere della prova ed è regolato dall’art. 2698 del Codice Civile.

Tale norma prevede due eccezioni al diritto delle parti di invertire liberamente l’onere: che si tratti di diritti indisponibili (come ad esempio il diritto al nome, allo stato di figlio ecc.) oppure che l’inversione abbia per effetto di rendere a una delle parti eccessivamente difficile l’esercizio del diritto. In questi due casi, la clausola, se apposta, è nulla di diritto.

Con questa norma, si badi bene, il legislatore ha inteso tutelare l’esercizio di un diritto in corso di causa da parte del soggetto che patirebbe l’inversione. Si pensi a un ipotetico (e paradossale) caso di inversione dell’onere della prova sulla proprietà di un immobile in cui viene esercitata un impresa: solo per il fatto di essere citato in giudizio, il titolare dovrebbe provare di essere il titolare dell’immobile stesso, e solo per questa prova l’esercizio del relativo diritto di proprietà e della sottesa attività di azienda ne verrebbero fortemente pregiudicati. Motivo per cui il relativo accordo sarebbe nullo.

Nel caso in questione, l’avvocato non riteneva esistenti estremi di questo tipo e l’inversione pareva essere lecita. Essa, innanzitutto, non concerneva diritti indisponibili; in secondo luogo, in un eventuale procedimento sollevato da Tizio contro Caio per ottenere la riparazione del bene non sarebbe ravvisabile un pregiudizio nell’esercizio del diritto, in quanto il locatario, pagando regolarmente i canoni, continuerebbe indisturbato a godere e disporre del bene.

Pareva pertanto certo il dovere da parte di Caio di sopportare le spese di manutenzione straordinaria e, allo stesso tempo, non sembrava neppure potersi richiedere la nullità della clausola che inverte l’onere della prova.

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