Mediaset, no al risarcimento da parte di Repubblica: non fu diffamazione.

Era il 23 marzo del 2005 quando il quotidiano “La Repubblica” pubblicava, a firma Giuseppe D’Avanzo, un articolo dal titolo: «Ora il dovere della chiarezza». Si trattava della chiusura delle indagini effettuate dalla procura milanese in merito alla presunta evasione fiscale del gruppo Mediaset nella compravendita di diritti televisivi. Quindi, il giornale veniva citato in causa e, dì lì, terminati i tre gradi di giudizio, si è giunti alla odierna sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Esaminiamone i punti salienti e i nodi di diritto.

Mediaset conveniva in giudizio “La Repubblica” per sentirla condannare alla violazione dell’art. 684 del Codice Penale (che sanziona chiunque pubblichi, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa d’informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione), e per violazione delle norme sulla privacy e chiedeva, dunque, il risarcimento dei danni patiti da Mediaset.

All’esito dei due giudizi di merito, veniva sì riconosciuta la legittimazione attiva di Mediaset a sollevare la violazione dell’art. 684 del Codice Penale, ma riteneva la stessa violazione non sussistente. Infatti, le frasi o stralci di frase che erano state riportate consistevano in dichiarazioni storiche fatte dall’avvocato Mills marginali e minime, riprese dall’interrogatorio fatto allo stesso legale che rappresentavano fatti storici non particolarmente significativi per la società Mediaset e, anzi, addirittura pacificamente risaputi anche dal pubblico dei lettori. Pertanto, è stato ritenuto decisivo il rilievo che il pubblico fosse già ampiamente a conoscenza dei fatti testualmente ripresi, venendo quindi a mancare l’offensività del bene protetto dalla fattispecie di reato.

Infatti, la norma in questione, a parere dei giudici di piazza Cavour, non costituirebbe una fattispecie plurioffensiva. Con tale espressione si intende un reato che è stato previsto a tutela di due o più beni giuridici: si pensi, per meglio comprendere, alla rapina, la quale, da una parte, tutela il patrimonio del soggetto leso dal fatto e, dall’altra, tutela l’incolumità fisica della persona che subisce la perdita patrimoniale con violenza o minaccia.

Tornando al reato di Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale ex art. 684 c.p., questo, contrariamente a quanto asserito dagli avvocati della società Mediaset, non esisterebbe per tutelare anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, ma solo l’amministrazione della giustizia. In altri termini, chi commette la violazione in esame starebbe pregiudicando il buon andamento della giustizia, poiché starebbe rivelando atti di indagine che sono sottoposti a segreto, ponendo in questo modo a rischio l’indagine stessa condotta dai P.M.; ma, allo stesso tempo, chi commette il fatto non starebbe altresì pregiudicando la riservatezza dell’indagato, a tutela della quale sono poste altre e diverse norme (quelle previste dal Codice della Privacy, appunto), ma non l’art. 684 c.p.

Nemmeno con riferimento alla violazione della privacy si può, a giudizio degli ermellini, ritenere sussistente il diritto a conseguire un risarcimento del danno. Anzitutto, perché non può trattarsi di scritto diffamatorio, in quanto redatto in coerenza con i tre principi fondamentali richiamati dalla costante giurisprudenza quale “cartina di tornasole” per i casi di specie: la pertinenza, la continenza e la verità.

In secondo luogo, la marginalità della riproduzione non permetterebbe di poter ravvisare una vera e propria lesione dell’immagine di Mediaset. Infatti, alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità, per potersi richiedere il ristoro del danno patito occorre che il danno sia determinato, determinabile e effettivamente apprezzabile: non può ritenersi tale il danno che, seppur sussistente, per la sua lieve dimensione non può essere opportunamente quantificato, e quindi risarcito, in termini monetari.

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