Casa in comunione legale fra marito e moglie pagata interamente da lui. In caso di divorzio, il marito può pretendere il pagamento della metà?

Esistono “strade” legali percorribili per imporre alla moglie di vendere e consegnare l’intero ricavato al marito? Oppure, di pagargli la metà della casa che era stata pagata da lui in corso di matrimonio?

Nell’ordinamento civile italiano, la comunione su un bene immobile è uno status giuridico che prescinde del tutto dall’individuazione del soggetto che per quel bene ha speso del denaro.

In altre parole, seppure Tizio – in ipotesi – avesse pagato un immobile € 150,000,00 senza nulla chiedere all’amico Caio, se risultasse dai pubblici registri che l’immobile è intestato per 50% a uno e per 50% all’altro, i due vanterebbero sul bene gli stessi identici diritti.

Nell’ambito della comunione legale (quella che nasce col matrimonio), la situazione è un po’ diversa e tutela maggiormente chi ha investito il proprio capitale per la vita comune della coppia.

Salvo diverso accordo fra i coniugi, infatti, il matrimonio comporta ex lege la comunione dei beni fra marito e moglie; e questo vincolo si dissolve, fra gli altri casi, con lo scioglimento del matrimonio.

Perciò, in linea generale, bisogna distinguere due casi diversi: quello in cui il bene è intestato a uno solo dei due coniugi ed è in comunione solo in forza del vincolo matrimoniale; e quello in cui il bene, indipendentemente dal matrimonio, è intestato a entrambi i coniugi.

Il codice civile all’art. 192 afferma che “ciascuno dei coniugi può richiedere la restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune”.

Pertanto, nel caso di specie, il marito non può imporre alla moglie di vendere il bene (problema che si porrebbe solo qualora il bene sia cointestato indipendentemente dalla comunione legale), ma può in ogni caso richiederle la restituzione di quanto pagato di propria tasca per comprare il bene comune.

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