Cassazione: va riconosciuto il matrimonio contratto per via telematica, purché ammesso nel paese della celebrazione.

La Prima Sezione Civile della Corte ha ritenuto la compatibilità con l’ordine pubblico interno del matrimonio celebrato in Pakistan da una cittadina italiana e da un cittadino pakistano e contratto, secondo la legge straniera, in forma telematica e, dunque, senza la contestuale presenza dei nubendi.

Il Ministero dell’Interno ricorreva in cassazione per far annullare il riconoscimento del matrimonio contratto dai due poiché ritenuto contrario all’ordine pubblico interno italiano, ossia con quel nucleo essenziale delle regole inderogabili e immanenti all’istituto matrimoniale. Questo perché il rito era stato celebrato senza la presenza fisica dei nubendi e grazie all’ausilio del mezzo di comunicazione “Internet” e, pertanto, non vi sarebbe stata nessuna garanzia che i nubendi avessero espresso liberamente e reciprocamente un consenso consapevole, anche per le difficoltà che caratterizzano l’uso di una lingua diversa dalla propria.

Ai sensi dell’art. 18 della legge 218/1995, il matrimonio celebrato all’estero è valido nel nostro ordinamento, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge dello stato della comune residenza in quel momento. In forza di tale assunto, essendo stato il matrimonio celebrato in linea con le leggi del Pakistan, la Corte di Appello lo aveva ritenuto valido per l’orientamento italiano, non ostandovi alcun principio di ordine pubblico.

Secondo i giudici di piazza Cavour, la tesi esposta dal Ministero quale unico motivo di ricorso in Cassazione deve essere ritenuta errata in diritto per due ragioni.

La prima, perché pretende, in sostanza, di ravvisare una violazione dell’ordine pubblico tutte le volte che la legge straniera, in base alla quale sia stato emanato l’atto di cui si richiede il riconoscimento, contenga una disciplina di contenuto diverso da quella dettata in materia dalla legge italiana. Al contrario, il giudizio di compatibilità con l’ordine pubblico dev’essere riferito al nucleo essenziale dei valori del nostro ordinamento che non sarebbe consentito nemmeno al legislatore ordinario interno di modificare o alterare, ostandovi principi costituzionali inderogabili.

La seconda, perché il rispetto dell’ordine pubblico dev’essere garantito, in sede di delibazione, avendo esclusivo riguardo agli effetti dell’atto straniero, senza possibilità di sottoporlo a un sindacato di tipo contenutistico o di merito, né di correttezza della soluzione adottata alla luce dell’ordinamento straniero, in quanto da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale dei nubendi in modo consapevole. Pertanto, esso non può ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perché celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano.

Peraltro – hanno correttamente rilevato gli ermellini – che è lo stesso ordinamento italiano a prevedere in talune circostanze il matrimonio inter absentes (si veda l’art. 111 del Codice Civile) e in questi casi non può certamente dirsi che sino scalfiti i requisiti minimi per la giuridica configurabilità del matrimonio medesimo (cioè la manifestazione di una volontà in presenza di un ufficiale celebrante).

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