Divorzio, le Sezioni Unite sciolgono i dubbi e privilegiano il criterio del contributo alla vita familiare.

Attesa dal 10 aprile, la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile n. 18287 è stata depositata l’11 luglio e ha sgombrato il campo dai dubbi sorti sull’assegno di divorzio dopo la celebre sentenza n. 11504 del 2017, la quale aveva eclissato il criterio del tenore di vita in costanza di matrimonio fra quelli di cui tenere conto per la quantificazione dell’assegno.
Elemento centrale diventa ora l’apporto del coniuge alla vita familiare.

La Corte spiega, innanzitutto, che all’assegno di divorzio deve essere attribuita una funzione assistenziale e, al contempo, compensativa e perequativa.

In altre parole, il riconoscimento dell’apporto deve tenere conto non solo del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da permettere l’autosufficienza, sulla base di un parametro astratto, ma deve in concreto permettere un livello di reddito adeguato. Adeguatezza che non è più però al tenore di vita antecedente la rottura del legame matrimoniale, ma al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, tenendo conto poi delle aspettative economiche e professionali eventualmente sacrificate, in ragione dell’età del richiedente e della durata del matrimonio.

La Corte a Sezioni unite precisa che «l’adeguatezza dei mezzi deve, pertanto, essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte».

Ed ecco che la funzione equilibratrice dell’assegno non ha più come obiettivo la ricostituzione del tenore di vita coniugale, ma soltanto un più marcato riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla realizzazione della situazione di vita successiva allo scioglimento del vincolo matrimoniale.

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