Il figlio nato fuori dal matrimonio può ereditare da parenti diversi dal genitore?

Tizio e Caia erano legati fra loro da un rapporto affettivo che durava da due anni, quando, conviventi e non coniugati, scoprivano nel mese di gennaio 2014 che Caia era incinta. Nel mese di ottobre 2014 veniva alla luce Sempronio, regolarmente riconosciuto dai entrambi i genitori naturali.


Nel gennaio del 2015, a causa di un incidente automobilistico, perdevano la vita Tizio e il fratello Mevio, quest’ultimo senza parenti e unico proprietario di un piccolo appezzamento di terreno con immobile abitativo concesso in locazione nella città di Roma.
Caia, tempo dopo l’incidente, si recava presso il locatario, Filano, per conoscere le sue intenzioni circa le sorti del terreno; quest’ultimo le comunicava che si stava informando sulla decorrenza del termine volto a usucapire l’immobile, vista dell’assenza di eredi. Secondo Filano, infatti, Sempronio non poteva considerarsi tale, poiché riconosciuto da Tizio al di fuori del vincolo matrimoniale e, pertanto, il riconoscimento produrrebbe effetto solo verso il genitore e non anche verso gli altri parenti.
Non convinta delle spiegazioni fornite da Filano, Caia si recava presso lo Studio Legale del suo avvocato di ficucia.

L’avvocato, ascoltata la narrazione della vicenda, smentisce subito la ricostruzione della vicenda fornita dal locatario.
Dal 2013, infatti, con l’entrata in vigore della riforma sulla filiazione, il panorama del relativo istituto è sensibilmente cambiato.

Per tradizione secolare, il trattamento giuridico del figlio nato in seno al matrimonio è sempre stato profondamente diverso da quello del figlio nato da una coppia non coniugata. Basti solo pensare che, sino a tempi recentissimi, in quest’ultimo caso il nascituro prendeva il nome di “figlio illegittimo”. L’evoluzione normativa delle disposizioni sulla filiazione ha visto, nel tempo, l’attribuzione di un sempre crescente numero di tutele a favore del figlio nato fuori dal matrimonio, facendosi leva sulle norme fondamentali della Costituzione: l’art. 2, il quale dispone che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», racchiude il principio personalistico, in forza del quale il soggetto di diritto al centro delle attenzioni della Repubblica democratica italiana è l’essere umano; e il celeberrimo art. 3, il quale sancisce il ben noto principio di uguaglianza, in forza del quale «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione [oltre ad altre] di condizioni personali e sociali».

Per questi motivi, dopo una serie di interventi di riforma effettuati sotto l’egida di una sempre più evoluta morale sociale, il legislatore del 2012 è intervenuto definitivamente sulla materia della filiazione equiparando sotto ogni aspetto lo status dei figli, siano essi nati all’interno del vincolo matrimoniale o meno (legge 219/2012 e d.lgs. 154/2013).
Innanzitutto, è venuta meno ogni distinzione fra le due categorie anche sotto un profilo strettamente dialettico: non potrà più parlarsi di figlio illegittimo, bensì la nuova espressione sarà “figlio naturale”.
In secondo luogo, le due posizioni sono state parificate universalmente anche sotto un profilo squisitamente sostanziale, con radicali conseguenze anche circa il caso di specie.

In particolare, se il previgente art. 258 del Codice Civile prevedeva che il riconoscimento sortiva effetti solo riguardo al genitore da cui veniva effettuato, escludendo quindi ogni altro parente dalle relative conseguenze di legge, la nuova formulazione della norma recita: «il riconoscimento produce effetti riguardo al genitore da cui fu fatto e riguardo ai parenti di esso». Le conseguenze della nuova previsione sono di enorme portata, anche e soprattutto sotto il profilo della successione mortis causa: è evidente come i figli naturali ora non siano più successori ex lege solo dei propri genitori, ma anche di tutti gli altri consanguinei.

Con specifico riferimento al caso di specie, l’avvocato rassicurava, quindi, Caia: Sempronio, con la scomparsa oltre che dello zio anche del padre, è a tutti gli effetti il solo erede legittimo dell’immobile lasciato da Mevio in Roma. In proposito, l’art. 324 del Codice Civile attribuisce espressamente a Caia, in quanto genitore esercente la responsabilità genitoriale, l’usufrutto dei beni del figlio, fino alla maggiore età o all’emancipazione, con il solo obbligo di destinare i proventi ricavati dall’esercizio dell’usufrutto (in tal caso i canoni della locazione corrisposti da Filano) al mantenimento, all’istruzione ed educazione di Sempronio.

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