La confessione nel diritto civile.

Nel presente articolo si esamineranno gli aspetti salienti della confessione, con esclusivo riferimento al processo civile e senza alcun riferimento al medesimo istituto nell’ambito penalistico.

La confessione, ai sensi dell’art. 2730 del Codice Civile, è la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’atra parte.

La confessione rappresenta quella che nel rito civile viene definita una prova legale: ciò significa che il giudice non potrà valutarla secondo il suo libero e prudente apprezzamento (prova libera), ma sarà “costretto” a valutarla come veritiera e dovrà fondare la decisione tenendo in considerazione la stessa.

Proprio per l’enorme valenza che, in questo senso, assume la confessione e per le enormi conseguenze in grado di produrre nei confronti di chi sta in giudizio, questa può essere resa solo dalla parte interessata. Infatti, la dichiarazione contraria a una delle parti, ma fatta da un soggetto terzo assume il nome di “testimonianza” e soggiace a un regime del tutto diverso. La confessione, invece, dev’essere resa dalla parte personalmente o da un suo rappresentante munito di apposita procura.

Inoltre, la parte che confessa dev’essere in grado di disporre del diritto cui i fatti confessati si riferiscono, poiché, altrimenti, la confessione non acquisterà il valore di prova legale, ma quello più limitato di prova libera.

Ai sensi dell’art. 2734 del Codice Civile, quando alla confessione si accompagnano altri fatti o circostanze tendenti a infirmare l’efficacia del fatto confessato ovvero a modificarne o a estinguerne gli effetti, le dichiarazioni costituiranno prova legale nella loro integrità solo se l’altra parte non contesta la verità dei fatti o delle circostanze aggiunte. Ma, se le contesta, le dichiarazioni assumeranno l’efficacia di prova libera.

Come previsto dall’art. 2732 del Codice Civile, la confessione può essere revocata solo se l’autore prova l’errore di fatto o la violenza.

La confessione può essere di due tipi:

  1. stragiudiziale, quando viene resa prima del procedimento o, comunque, al di fuori dello stesso;
  2. giudiziale, quando viene resa resa nel corso del procedimento, la quale, a sua volta, può essere:

a) spontanea: è resa in un qualsiasi atto processuale firmato dalla parte;
b) provocata: si tenta di ottenere la confessione ponendo una serie di domande alla parte tramite l’interrogatorio formale, strumento tramite il quale il Giudice pone alla parte una serie di domande su circostanze a lui sfavorevoli. Se la parte ammette tali fatti, e quindi confessa appunto, l’interrogatorio avrà raggiunto il suo scopo.

L’interrogatorio avrà raggiunto il suo scopo anche qualora la parte non si presenti allo stesso, anche nei confronti del contumace (cioè chi, per errore o per scelta processuale avesse deciso di non prendere parte a un procedimento civile che lo coinvolge), ma, in quest’ultimo caso, vi sono delle precisazioni da fare.
Considerato che l’interrogatorio può essere richiesto dalla controparte anche in un momento successivo all’atto introduttivo del giudizio, per evitare che l’interrogatorio venga deferito nei confronti di chi non si è costituito per ottenere la prova grazie all’assenza di controparte, è previsto che a questi sia notificata l’ordinanza che ammette l’interrogatorio stesso, proprio per consentirgli di costituirsi e rispondere.

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