L’istituto della prescrizione: pillole per chi vorrebbe saperne di più.

Il mancato esercizio di un diritto disponibile per un lasso di tempo determinato dalla legge. Con questa breve formula può sintetizzarsi l’istituto della prescrizione, colonna portante delle moderne (e in taluni casi anche antiche o antichissime) civiltà di diritto. Senza pretese di completezza, con questa breve dissertazione si intende fornire alcune coordinate essenziali a chi ne sa poco, ne ha sempre sentito parlare e vorrebbe saperne di più.

Innanzitutto: perché esiste la prescrizione? Perché altrimenti verrebbe meno il principio legale di certezza del diritto. Infatti, senza saperlo, ciascuno di noi è perennemente soggetto ad azioni legali di carattere civile, penale, tributario, amministrativo, e via dicendo, che potrebbero essere avviate da terzi nei nostri confronti. Non è pensabile, tuttavia, che questo status di soggezione permanga per sempre. Questo perché, supponendo che si sia realizzata un’azione illecita, è verosimile che l’autore debba avere la possibilità di difendersi sulle contestazioni mosse nei suoi confronti. In proposito, grazie all’istituto in esame, l’ordinamento giuridico ritiene che, superato un certo lasso di tempo (vedremo più avanti quale), sia più che probabile che il presunto autore possa non essere più in possesso di carte, documenti o anche possa non più essere in grado di reperire testimoni o, più in generale, prove che potrebbero discolparlo.
Proprio per questa ragione, superato tale arco temporale, l’illecito non potrà mai più essere contestato al presunto autore.

A essere precisi, nell’articolo presente prenderemo in considerazione solo la prescrizione in ambito civile, lasciando le altre a un successivo e diverso post.

Tutti i diritti sono soggetti a prescrizione? NO! Solamente i diritti disponibili. Per quelli indisponibili (e per altri tassativamente indicati dalla legge) essa non opera. I diritti disponibili costituiscono la gran parte dei diritti soggettivi: basti pensare a un contratto, a un risarcimento del danno, a un rimborso, etc. Per tutti questi, appunto, è previsto un ben preciso arco di tempo entro cui poter “bussare” alla porta di chi ci deve soddisfare, pena la perdita del diritto stesso. Sarebbe impensabile, invece, porre simili paletti ad altri diritti molto più importanti (si pensi il diritto al nome ad esempio), i quali, appunto, vengono chiamati “indisponibili”.

I termini legali. A questo punto, diciamo subito che i diritti solitamente si prescrivono in dieci anni, con delle eccezioni. Senza entrare nello specifico (per una mera elencazione dei casi è possibile a tutti consultare il codice civile dall’art. 2947 in poi), qui interessa sottolineare che il termine decennale viene abbreviato per una serie di casi in cui il legislatore ritiene molto probabile che l’avente diritto possa aver avuto conoscenza della lesione in un breve arco temporale. In taluni casi il termine è di cinque anni, in altri di tre anni, in altri di due, in altri ancora di un solo anno.

Per chi avesse letto il post del 12 febbraio 2016 concernente l’usucapione, va fatto un collegamento. Si sarà notato, infatti, che i due istituti possono essere visti come ognuno lo specchio dell’altro. La prescrizione provoca la perdita di un diritto dopo un certo lasso di tempo e fa sì che nessuno potrà mai più esercitare il diritto stesso. L’usucapione, che riguarda solo una particolare categoria di diritti disponibili, ossia quelli reali, provoca anch’essa la perdita del bene da parte di chi, proprietario, non ne fa uso, ma, considerata l’enorme importanza dei diritti in questione (è impensabile che una cosa divenga cosa di nessuno solo per l’omesso utilizzo del proprietario), consente tale conseguenza solo alla condizione che qualcun altro lo stia usando al suo posto, permettendogli di divenirne il nuovo proprietario: in caso contrario, la cosa diverrebbe res nullius, cioè cosa di nessuno.

La prescrizione può sospendersi per via di un particolare rapporto fra le parti (si pensi, ad esempio, ai coniugi che, prima di contrarre matrimonio, avessero da regolare una questione di credito mai risolta perché poi si sono sposati: in caso di divorzio, i termini ricominceranno a decorrere come se non fosse mai esistito l’arco temporali in cui i due sono stati coniugi) oppure per una particolare condizione della persona.

Si parla, invece, di interruzione quando la causa che ferma i termini non concerne la persona o le persone, ma un’azione posta in essere dalla stessa o dalle stesse: sono tutti atti che fanno suonare a chi deve soddisfare quel determinato diritto un “campanello di allarme”, un avviso in base al quale egli non potrà più dire che non sapeva di dover soddisfare quel diritto, proprio perché, in qualche modo, gli è stato ricordato, venendo meno, in tal modo, la condizione principale per cui è stato creato questo istituto: la possibilità che dopo molto tempo non si abbia più modo di difendersi con efficacia dalle contestazioni mosse.

In conclusione, v’è un’ultima precisazione da farsi: spesso si confonde la prescrizione con la decadenza, sebbene i due istituti regolino situazioni diametralmente opposte, anche se collegate da una differenza molto sottile, tanto che in dottrina si è stati spesso incerti.
La prescrizione impedisce, decorsi i termini, di esercitare un diritto del quale l’interessato è sempre stato titolare per tutto il relativo periodo. Al contrario, la decadenza impedisce, decorsi i termini, di esercitare un diritto del quale l’interessato non è mai stato titolare per tutto il relativo periodo e avrebbe potuto diventarlo solo compiendo una determinata azione. Nel primo caso, pertanto, il soggetto è titolare del diritto, ma se non fa qualcosa nel termine prescritto perderà il diritto stesso; mentre, nel secondo caso, il soggetto non è titolare del diritto e se non fa qualcosa nel termine prescritto non lo diverrà mai.

2 commenti su “L’istituto della prescrizione: pillole per chi vorrebbe saperne di più.”

  1. Interessante articolo teorico. La pratica pero è diversa. Io, circa 7 anni fa, per un caso fortuito, scopro un presunto reato, o meglio ha e prove di un reato. La violazione della privacy, da parte di un quotidiano, dei suoi giornalisti e non solo. Con la manomissione del server. con tanto di documentazione, lo segnalo agli Ordin dei giornalisti, Piemonte e Nazionale. Il Nazionale risponde che non è di loro competenza, e provvederanno a girarlo a che di dovere. Il Piemonte risponde, dopo due giorni, definendolo “fatto grave.” chiedendomi dati precisi, per l’esposto. Cosa che trasmetto e di li ha inizio un calvario che mi ha portato in Tribunale come imputato. Dopo 4 udienze, il prossimo 1° di aprile, la sentenza emessa in base ad una montagna di prove false che non sono altro che copie di e-mail contraffatte. Premetto che, con ben 5 Avvocati, non uno che abbia voluto saperne delle mie ragioni. Io chiedo solo la testimonianza di un Luogotente dei Carabinieri, Comandante di Stazione e il Maresciallo Rocco, l’eperto di informatica della stessa Stazione e dell’Ispettore Lessio della Polizia Postale al quale mi ero rivolto e da lui consigliato ad esporrw denuncia regolarmente affossata. Quindi con rassegnazione, ringrazio per l’attenzione , ma constato che in Itlaia non esiste la giustizia e gli Ordini sia dei Giornalisti che degli avvocati, associazioni a delinquere e i delinquenti la Magistratura. Siete solo dei luridi farabutti delinquenti assetati di soldi, schifosi laureati uomini di merda. Privi di ogni morale e dignità.
    Enrico Fumagalli

    1. Gentile Sig. Fumagalli,
      mi spiace molto per quello che Le è successo, ma tengo a precisarLe alcune cose importanti.
      Innanzitutto: nell’articolo si parla, come ho tenuto a spiegare, SOLO della prescrizione nell’ambito civile. E non è un caso che abbia voluto serbare a quella penale un altro e diverso post, poiché i meccanismi che operano in quel caso sono diversi, come diverse sono le tempistiche e le caratteristiche processuali.
      Secondo poi, non ho ben capito i termini della questione che ha illustrato, ma da quel che ho letto non mi pare che sia una problematica strettamente attinente alla prescrizione, quanto piuttosto a un’interpretazione difettosa dei fatti o ad altro che non ho saputo cogliere.
      Terzo, anche se può sembrare un’asserzione banale, La invito a non fare, mi perdoni la retorica, “di tutta l’erba un fascio”: esistono mele marce in ogni categoria, che sia dei giornalisti, degli architetti, dei giudici, degli avvocati. Ho conosciuto in prima persona colleghi pronti a tutto nella sola ottica di un bieco profitto, a scapito di chi, riponendo fiducia in loro, crede di aver trovato un alleato. Ma ho conosciuto anche – e sono la maggioranza – chi fa il suo lavoro spendendo il 100% di quello che ha per poter accontentare chi si avvale della sua prestazione professionale. E, come Le ho già detto, mi spiace e mi disturba molto che sia “incappato” in una questione complicata da comportamenti discutibili di un collega, perché poi il giudizio del cliente deluso ricade su tutta la categoria.
      Di luridi farabutti, delinquenti, assetati di soldi, schifosi laureati uomini di merda, privi di ogni morale e dignità ce ne sono molti, ma, senza deluderLa, mi piace pensare di non appartenere a queste categorie.
      Spero di risentirLa.
      Un saluto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.