Ricorsi per la perequazione delle pensioni: quando lo Stato non rispetta le sentenze.

Era il 6 maggio del 2015 quando veniva pubblicata in Gazzetta Ufficiale la tanto attesa pronuncia numero 70 della Corte Costituzionale sul blocco delle perequazioni: tali si definiscono gli aumenti delle pensioni a seguito dell’inflazione, che consentono ai pensionati di non perdere potere d’acquisto in rapporto a quanto loro erogato dallo Stato. L’Italia, unilateralmente, aveva deciso di bloccare i meccanismi adeguativi per determinate categorie di pensioni e il Supremo Consesso ha ritenuto il blocco incostituzionale, con conseguente dichiarazione di invalidità dello stesso.
Ma lo stato ha reintrodotto il blocco, pressoché identico, con il decreto legge n. 65/2015.

La perequazione propinata dal SalvaItalia della Fornero è illegittima. Anzi, no!

Il ragionamento giuridico seguito dal d.l. n. 65 del 2015 è esattamente questo: ignorare la ratio in forza della quale la Corte aveva emesso la pronuncia di incostituzionalità e approvare una legge che istituisse un meccanismo perequativo quasi identico a quello che esisteva.

Evidentemente, non è stata ritenuta valida la motivazione della Corte – seppur non proprio banale, per usare un eufemismo -, la quale riteneva, in primis, non adeguatamente argomentate le addotte ragioni di urgenza del blocco e, in secondo luogo, quest’ultimo violativo del principio di uguaglianza espresso dall’art. 3 della Costituzione, per aver creato differenti trattamenti fra pensionati che hanno pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo (le cui pensioni sono state bloccate, appunto) e tutti gli altri.

Il d.l. n. 65/2015 ha reintrodotto il meccanismo in modo pressoché uguale, facendo leva, artatamente, su una lettura estensiva della sentenza e ignorandone del tutto la ratio sottesa, o, in altre parole, la motivazione di fondo espressa dai Giudici. In questo modo, coloro che prima della sentenza della Consulta si erano visti privati della perequazione, dopo l’emanazione del d.l. 65 ne sono stati riconosciuti titolari, ma solo in parte. Quando, invece, gli andrebbe riconosciuta integralmente.

Lo “scherzo” sta costando non poco ai milioni di cittadini italiani andati in pensione entro il 1° dicembre 2012: una perdita perpetua di una percentuale di pensione fra il 3% e il 9%. Tutte somme che potranno essere recuperate dai cittadini in pensione solo ed esclusivamente a mezzo di pronuncia giudiziale.

Lo studio ha avviato i ricorsi per il riconoscimento degli arretrati e per l’adeguamento delle pensioni attuali presso la Corte dei Conti e il Tribunale Civile di Roma.

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