Cassazione: risarcito il debitore ipotecato per un valore notevolmente eccedente il credito, dichiarato poi inesistente.

Pubblicata la sentenza 6533/2016 della Sezione III della Corte di Cassazione civile. Il principio di diritto espresso dalla Corte è interessante, in quanto contrastante con una giurisprudenza omogenea ormai data per pacificamente acquisita nell’ultimo ventennio, e concerne l’abuso del diritto del creditore di una somma a scapito del debitore e la conseguente responsabilità aggravata dello stesso per aver agito senza la dovuta diligenza.
Vediamo la sentenza nel dettaglio.

Tutto ebbe origine nel 1997, quando un imprenditore edile la cui impresa valutava un complessivo valore di oltre tre milioni di euro di beni aziendali, vedeva iscrivere ipoteca sui beni medesimi a fronte di un debito di circa 150.000 € riconosciuto con decreto ingiuntivo (ossia un provvedimento emesso all’esito di un procedimento sommario e senza controparte, solo sulla base di prove di una certa attendibilità). L’ipoteca, tuttavia, veniva iscritta non solo su alcuni, mirati, beni, ma su tutti, provocando la paralisi e l’inattività dell’attività imprenditoriale.

Il procedimento di opposizione dava ragione alle argomentazioni esposte dall’imprenditore. Pertanto, veniva ribaltato quanto previsto nel decreto e veniva ritenuto inesistente il credito vantato. Tuttavia, nella domanda di opposizione, l’imprenditore aveva richiesto al giudice anche di condannare controparte al risarcimento del danno per aver agito senza la normale prudenza, ovvero, in tal caso, senza valutare la gravità delle conseguenze dell’iscrizione di ipoteca sulla base di un provvedimento inidoneo a divenire cosa giudicata (cioè definitivo) come è il decreto ingiuntivo.

Sia il Tribunale di primo grado che il giudice d’Appello rigettavano tale domanda argomentando che, per l’affermazione della responsabilità ex art. 96, comma 2, c.p.c., deve essere accertata l’inesistenza del credito vantato in giudizio e il difetto della normale prudenza nell’iscrizione dell’ipoteca giudiziale. E se l’inesistenza del credito azionato risulta dalla sentenza di primo grado, non impugnata sul punto, altrettanto non può dirsi circa il difetto di prudenza: infatti, ritenevano i giudici di merito, l’inesistenza del credito azionato non era sufficientemente probabile e prevedibile al momento della richiesta di iscrizione. Infatti, il credito era relativo a saldi passivi di conto corrente, acceso nel 1982, e derivava dalla applicazione di clausole uso piazza che prevedevano la capitalizzazione trimestrale degli interessi. All’epoca, nel 1997, la giurisprudenza non era concorde nell’affermare l’invalidità di tali clausole. Per questi motivi, a giudizio dei Giudici non sussisteva, in capo al creditore, neanche la colpa lieve.
Comunque, sottolineavano ancora in sede di merito, secondo la giurisprudenza di legittimità, il creditore che abbia iscritto ipoteca per una somma esorbitante o su beni eccedenti l’importo del credito vantato, non può essere chiamato, per ciò solo, a rispondere a titolo di responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96, secondo comma, c.p.c., dovendo richiedersi, quantomeno, una resistenza alla domanda di riduzione dell’ipoteca (cioè quando il debitore chiede al creditore di diminuire il compendio di beni gravati da ipoteca, pur mantenendone sottoposti a tale diritto una quantità sufficiente) con dolo o colpa grave. Domanda che, nella specie, non era stata presentata.

I Giudici di piazza Cavour hanno completamente ribaltato la presente lettura, sulla scorta di un’interpretazione normativa più moderna e incentrata ai recenti principi di ragionevolezza della durata del processo e del giusto processo ex art. 111 della Costituzione della Repubblica.

Infatti, in base all’art. 2875 del Codice civile, si reputa che il valore dei beni ecceda la cautela da somministrarsi, se tanto alla data dell’iscrizione dell’ipoteca, quanto posteriormente, superi di un terzo l’importo dei crediti iscritti, accresciuto degli accessori. Inoltre, ai sensi dell’art. 2876, la riduzione si opera rispettando l’eccedenza del quinto per ciò che riguarda la somma del credito e l’eccedenza del terzo per ciò che riguarda il valore della cautela.

Sulla base di tali norme, gli ermellini hanno ritenuto che il mantenere ipoteca su un valore eccedente i parametri ivi enucleati, inequivocabilmente integra un’ipotesi di imprudenza. Infatti, nell’ipotesi in cui – come nella specie – risulti accertata l’inesistenza del diritto per cui è stata iscritta ipoteca giudiziale, è configurabile in capo al suddetto creditore la responsabilità ex art. 96, secondo comma c.p.c., quando non ha usato la nomale diligenza nell’iscrivere ipoteca sui beni per un valore proporzionato rispetto al credito garantito, secondo i parametri individuati nella legge, così ponendo in essere, mediante l’eccedenza del valore dei beni rispetto alla cautela, un vero e proprio abuso del diritto della garanzia patrimoniale in danno del debitore.

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