Inammissibilità o manifesta infondatezza del ricorso in Cassazione nel caso di immotivata contrarietà alla giurisprudenza della Corte?

Con l’ordinanza interlocutoria n. 20466/2016, la Sezione Sesta della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite affinché esse riesaminino la questione se il ricorso per cassazione immotivatamente contrario alla giurisprudenza di legittimità, a norma dell’art. 360-bis, n. 1, c.p.c., debba essere dichiarato inammissibile anziché rigettato per manifesta infondatezza.

Secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 360-bis, n. l c.p.c., il ricorso deve essere rigettato per manifesta infondatezza e non invece dichiarato inammissibile come recita la lettera della norma, se la sentenza impugnata si presenta conforme alla giurisprudenza di legittimità e non vengono prospettati argomenti per modificare quest’ultima, posto che anche in mancanza di argomenti idonei a superare la ragione di diritto cui si è attenuto il giudice del merito, il ricorso potrebbe trovare accoglimento ove, al momento della decisione della Corte, con riguardo alla quale deve essere verificata la corrispondenza tra la decisione impugnata e la giurisprudenza di legittimità, la prima risultasse non più conforme alla seconda nel frattempo mutata. Alla base di tale dictum la necessità di attualizzare il giudizio di conformità o difformità della pronuncia impugnata al momento della decisione della Corte Suprema. Se il ricorso, si afferma, può essere accolto perché a tale momento la giurisprudenza della Corte è mutata, a prescindere dal fatto che il ricorso stesso contenesse o meno argomenti idonei a provocarne il mutamento, ciò significa che la mancanza di una tale argomentazione non è elemento che impedisca una decisione sul fondo del motivo, il che giustifica una decisione di rigetto o di rigetto per manifesta infondatezza.

Ad avviso della sesta sezione, invece, detto indirizzo (da allora immutato e di recente confermato dalla Sentenza della Cassazione n. 5442/16) sul senso e sulla portata applicativa dell’art. 360-bis c.p.c. si presta oggi ad essere riconsiderato.

Essenzialmente sarebbero due i fattori sopravvenuti che a giudizio del Giudice rimettente possono indurre a rimeditare la soluzione adottata dalle S.U.. Il primo è di natura esperienziale e chiama in causa il giudizio complessivo che a distanza di circa sei anni può darsi dell’impiego dell’art. 360-bis c.p.c. Pensato per un uso efficacemente deflattivo volto a consentire la funzione nomofilattica della Corte nella sede procedimentale sua propria, in realtà ha finito col seguire i canoni consueti che presiedono all’esame di qualsiasi ricorso proposto innanzi alla Suprema Corte (censura per censura, e alla motivazione di ogni provvedimento di legittimità). Il secondo fattore è di tipo euristico ed è alimentato dalle modifiche processuali apportate dal D.L. n. 83/12, convertito in legge n. 134/12, che ha inserito gli arti 348-bis e 348-ter c.p.c., in base ai quali, al di fuori dei casi d’inammissibilità o improcedibilità da dichiarare con sentenza, l’appello privo di una ragionevole probabilità di accoglimento è dichiarato inammissibile. Secondo i Giudici della sesta sezione, sebbene dettate per il giudizio di secondo grado, tali norme appaiono di indubbio rilievo anche ai fini del giudizio in Cassazione, perché introducono una tecnica di decisione di tipo delibativo, prognostico e globale il cui oggetto è l’appello considerato nella sua interezza. Pertanto, se è possibile definire il giudizio d’appello mediante l’impiego di una tecnica decisoria di tipo delibativo e con margini di scopertura motivazionale (coerenti, del resto. al carattere “succinto” della motivazione delle ordinanze: art. 134 c.p.c.), che valuta l’impugnazione nel suo insieme piuttosto che scrutinare nel dettaglio i singoli aspetti della motivazione che la deve sorreggere (secondo il nuovo testo dell’art. 342 c.p.c.), il rimettente si chiede se ciò non possa valere anche per il giudizio di Cassazione.

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