Milleproroghe, dal 1 Gennaio tracciate le vendite dei giornali. Anzi no.

Era solo il 15 dicembre quando la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, a seguito della consulenza richiesta dagli organi parlamentari, sembrava aver dato il responso definitivo: dal 1 Gennaio sarebbe entrata ufficialmente in vigore la tracciatura dei giornali venduti, grazie all’utilizzo della tecnologia con codice a barre, da parte degli operatori del settore. Il tutto condito dalla impossibilità per l’esercente, salvo i casi di oggettiva impossibilità tecnica, di rifiutare il pagamento del giornale tramite bancomat o carte di credito, allo scopo di favorire la diffusione della c.d. moneta elettronica anche per pagamenti al di sotto dei 5,00 €, prevedendosi quale soglia massima di commissione applicabile all’acquirente quella di 0,007 € a operazione (sì: 7 millesimi).

Nemmeno il tempo per i cittadini di adattarsi all’invadente controllo delle istituzioni e per i giornalisti di sondare il “terreno” del pensiero dei commercianti, che ecco subito arrivare il decreto milleproroghe 2015.

La norma ricalca quanto già previsto per i precedenti 3 anni: un rinvio dell’entrata in vigore della nuova normativa al 1 gennaio 2017.

Perché le istituzioni tendono a ritardare questo intervento tanto voluto dalle stesse?

Prima di tutto, motivi di carattere economico. Le spese a carico dei venditori, infatti, sebbene soggette a credito di imposta, finirebbero per gravare sulle somme anticipate dai commercianti per mettersi in regola con le nuove norme. Da qui, l’ostilità della categoria verso la riforma.

In secondo luogo, gli stessi venditori nutrono dubbi anche circa le modalità di tassazione, che se effettivamente applicate, sebbene minime, possono dirottare il lettore verso le notizie free acquisite da internet e abbandonare la cara vecchia carta stampata.

In terza battuta, i fruitori della stampa cartacea manifestano più di qualche dubbio se con questo provvedimento potrebbe essere in qualche modo sottoposta a controllo la loro libera scelta del quotidiano da leggere, quasi sempre politicamente schierato e, quindi, indicativo dell’orientamento politico.

Infine, lascia riflettere anche un ultimo aspetto: con la riforma, le pubblicazioni dei bandi di gara dovrebbero avvenire solo ed esclusivamente online. Questo determinerebbe una perdita per le case editoriali di centinaia di milioni di euro annui di introito. Le medesime case editoriali che poi si troverebbero a sostenere oppure a contrastare (a seconda dello schieramento) le sanguinose campagne elettorali dei partiti.

Il timore, alla luce di quanto detto, è che il governo abbia ceduto di fronte alla tentazione di soddisfare o, quanto meno, non tradire le esigenze di un forte elettorato che avrebbe ricavato solo disagi dalla nuova normativa e dei gruppi editoriali che tanto incidono sulla pressione mediatica e sull’opinione pubblica.
Più soldi nelle tasche di una fetta consistente di commercianti, di italiani affezionati alla carta stampata e alla lobby editoriale, in vista di alcune decisive e fondamentali battute elettorali nel 2016.

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