La contumacia nel processo penale. Il tramonto (ancora oggi oscuro) dell’istituto.

Si tratta dei casi in cui l’imputato non prende parte al processo senza che sussistano né un legittimo impedimento né irregolarità della notifica. Cos’è cambiato dal maggio del 2014? E per quale ragione? Un breve esame delle modifiche al processo penale che ancora oggi, a quasi tre anni di distanza, restano di oscura comprensibilità.

Prima dell’entrata in vigore dell’art. 9, della legge 28 aprile 2014, n. 67, l’art. 420-quater c.p.p. prevedeva che in caso di mancata comparizione all’udienza dell’imputato in assenza di legittimo impedimento o irregolarità della notifica, il giudice, sentite le parti, ne dichiarava la contumacia. In questi casi, l’imputato veniva rappresentato dal difensore proprio come se fosse presente e il provvedimento dichiarativo della contumacia veniva dichiarata nulla in caso di prova che al momento della pronuncia vi fosse stata una mancata conoscenza da parte dell’imputato dell’udienza oppure un’assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore od altro legittimo impedimento.

Una assenza/presenza, pertanto. Che non scalfiva lo svolgimento e le tempistiche del rito penale.

Con la riforma del 2014 le scelte del legislatore hanno rivoluzionato l’istituto della contumacia, di fatto annullandolo.

Se l’imputato non è presente per irreperibilità non dovuta a difetto di notifica o a legittimi impedimenti, il giudice rinvia l’udienza, disponendo, prima, che l’avviso sia notificato all’imputato personalmente ad opera della polizia giudiziaria e, poi, se tale metodo non sortisce risultati, sospende il processo, consentendo l’acquisizione, a richiesta di parte, delle sole prove non rinviabili.

A un anno dalla sospensione (anche prima di un anno, ma nella pratica avviene molto di rado), il giudice dispone nuove ricerche dell’imputato per la notifica dell’avviso. E provvede allo stesso modo a ogni successiva scadenza annuale, qualora il procedimento non abbia ripreso il suo corso.

Il giudice revoca l’ordinanza di sospensione del processo solo se:
a) le ricerche hanno avuto esito positivo;
b) l’imputato ha nel frattempo nominato un difensore di fiducia;
c) vi sia la prova certa che l’imputato è a conoscenza del procedimento avviato nei suoi confronti;
d) deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento predibattimentale.

Quindi, se l’imputato resta irreperibile ad aeternum, il processo resterà sospeso per lo stesso tempo, con una serie di conseguenze usuranti: la ricerca una volta l’anno da parte del giudice dell’imputato (non una facoltà, ma un vero e proprio obbligo); una vera e propria sottrazione dalla condanna (rectius: dal provvedimento), seppur con sospensione anche del decorso della prescrizione.

Ma se fino a tre anni fa l’imputato sarebbe comunque incorso in un provvedimento (di assoluzione o condanna), adesso le parti processuali gravitano in un limbo tanto dannoso quanto inspiegabile. Dannoso, ad esempio, per lo Stato, il quale deve sopportare i costi di ricerca una volta l’anno e per i Giudici che devono procedere obbligatoriamente alle ricerche. Dannoso anche per i soggetti che si costituiscano parti civili, poiché dovranno instaurare un autonomo processo civile nel frattempo, nel quale, oltre che a quantificare la pretesa di risarcimento, dovranno provare anche il fatto (operazione di cui sarebbero stati dispensati in caso di buon fine del processo penale).
Inspiegabile perché si fa davvero fatica a capire le ragioni del perché si è inteso preferire il procrastinarsi del procedimento piuttosto che l’emanazione di un provvedimento.

Si potrebbe dire che la riforma è stata fatta per esigenze garantiste a tutela dell’imputato ignaro di un processo a suo carico.
Ma la teoria non convince. Se così fosse, sarebbe una norma cucita su misura per favorire coloro che hanno solo da guadagnare dal rendersi irreperibili.

Strano? In Italia, non così tanto.

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