Risarcimenti agli agenti di pubblica sicurezza in servizio: le casistiche più recenti.

Le ultime pronunce del Tribunale Penale di Roma delineano un quadro chiaro della risarcibilità dei danni patiti dagli agenti di p.s. costituiti parti civili: sì alla liquidazione in caso di oltraggio e violenza o minaccia a pubblico ufficiale; no in caso di resistenza a pubblico ufficiale.

Nel caso di oltraggio oppure di violenza/minaccia, l’agente subisce un danno morale che deve essere liquidato con provvisionale dal Giudice penale; in caso di resistenza a p.u., invece, no.

Il Tribunale di Roma non lascia spazio a dubbi.

Nelle prime due ipotesi si sostanzia un comportamento antigiuridico che lede la sfera di dignità e decoro dell’agente vilipeso (nell’oltraggio) oppure che infonde, anche solo provvisoriamente, uno stato di metus nei confronti dell’operante (quando si tratta della violenza o della minaccia): la lesione importa un danno morale che la magistratura è obbligata a riconoscere.

Nella terza ipotesi, invece, anche la resistenza al pubblico ufficiale si attua a mezzo di una violenza o di una minaccia all’agente: ma ciò nonostante, tali condotte non sono state ritenute idonee – sebbene identiche a quelle relative al reato di violenza o minaccia – a danneggiare chi le subisce.

L’interpretazione fornita in quest’ultimo caso non è immune da critiche, soprattutto se si pensa che la costituzione di parte civile (rimedio civilistico che si svolge nel processo penale) è volta a rifondere il soggetto offeso dal reato a seguito di un fatto lesivo, indipendentemente dal tipo di tutela che una certa norma vuole garantire.

Così ragionando, il quadro che emergerebbe a seguito delle recenti sentenze sarebbe quello per cui il risarcimento è giusto se la norma sanziona l’oltraggio oppure la violenza o la minaccia in sé. Non è giusto, invece, se la norma sanziona la resistenza, anche se quest’ultima, concretamente, viene messa in atto con le medesime modalità del reato di violenza o minaccia, differenziandosene solo per il fine perseguito dall’imputato: nel primo caso, quello di costringere l’agente a fare un atto contrario ai propri doveri o a omettere un atto del proprio ufficio; nel secondo, quello di opporglisi mentre compie un atto del proprio ufficio o servizio.

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